venerdì 22 gennaio 2016

"Fino a quando la mia stella brillerà": Daniela Palumbo incontra in Feltrinelli i ragazzi delle medie


Il 27 gennaio di ogni anno si celebra "Il giorno della memoria", ricorrenza internazionale per non dimenticare le vittime dell'Olocausto (il 27 gennaio 1945 sono stati abbattuti i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia), ma gli appuntamenti e le letture sul tema della Shoah sono iniziati in questi giorni. Il 19 gennaio scorso ho avuto la fortuna di ascoltare alla Feltrinelli di piazza Piemonte, a Milano, l'incontro di due classi della scuola secondaria di primo grado con la giornalista e scrittrice Daniela Palumbo, che ha raccolto la testimonianza di Liliana Segre nel libro "Fino a quando la mia stella brillerà", edito da Piemme nella collana Il Battello a Vapore.

Una questione di empatia
Per introdurre alcuni temi del libro, Daniela Palumbo ha esordito parlando del neonato Museo dell'empatia (qui il link), un progetto itinerante - ora in Australia e che dovrebbe, si spera, approdare anche a Milano - in cui si mette in risalto la necessità di coltivare l'empatia. In parte connessa al patrimonio genetico di ciascuno, questa capacità di mettersi nei panni dell'altro sta precipitosamente calando nelle nuove generazioni, come ha sottolineato anche il presidente americano Obama (qui e qui approfondimenti). A conferma, uno studio di Peter Grey psicologo e ricercatore del Boston College (qui), che rivela che i giovani d'oggi soffrono di narcisismo, ovvero pensano più a se stessi che agli altri.
Roman Krznaric, scrittore esperto internazionale di empatia e fondatore del Museo, ha pensato al progetto denominato "A Myle in my shoe": le persone sono invitate a scegliere un paio di scarpe, indossarle e percorrere un miglio sul Tamigi (in questo caso, visto che è nato a Londra) ascoltando la storia del proprietario di quelle scarpe (che può essere un barbone, una prostituta, una ragazzina, un banchiere e così via). Questo "gioco" invita ad ascoltare e, in qualche modo, a "mettersi nei panni di quella persona". In effetti, esiste un detto inglese da cui è nato tutto che dice "Prima di giudicare una persona cammina per un miglio nelle sue scarpe". Detto fatto.
Perché è così importante parlare di empatia? Perché il suo contrario è l'indifferenza.


"L'indifferenza fa male. È l'arma peggiore. La più potente.
Perché se qualcuno ti affronta e ti vuole fare del male puoi difenderti
.
Ma se intorno a te c'è silenzio, come fai a difenderti?

...
Era come se all'improvviso io potessi vedere gli altri
ma gli altri non vedessero me.
 È stato come se da un momento all'altro
il mondo non mi avesse più guardata,
come se non si fosse voltato a vedere
quello che accadeva a noi bambini ebrei"
Finché la mia stella brillerà


L'indifferenza
Quando a Milano è stato costruito il Memoriale della Shoah (qui il link), attorno al "Binario 21" luogo simbolo dove avvenivano le deportazioni, il 26 gennaio 2012 è stata posata la prima targa "in memoria del convoglio del 30 gennaio 1944 Milano–Auschwitz, col quale, tra gli altri, è stata deportata anche Liliana Segre" (qui l'approfondimento sullo stato dei lavori e qui l'articolo dedicato da Radiomamma, a cura di Cristina Colli, che è andata a visitare il luogo e lo spiega alle famiglie).
Quando è stato domandato a Liliana Segre quale parola indicare sul muro che è stato eretto, lei ha chiesto che venisse scritta la parola "indifferenza", forse quello che "le ha fatto più male" come ha raccontato Daniela Palumbo. Chi soffre riesce a capire meglio di altri la sofferenza delle persone. Ed è proprio quello che ha ricordato la Segre: quando sono stati spostati dal carcere di San Vittore per essere trasportati sui camion, gli unici che hanno lanciato loro le arance sono stati proprio i detenuti, le uniche persone capaci di mostrare un segno di affetto e comprensione.

"Attraversammo il carcere in silenzio per arrivare al cortile dove ci aspettavano i camion. A un tratto un coro di voci ci investì: erano i detenuti comuni, quelli che, a differenza di noi ebrei, erano in carcere perché avevano commesso dei reati. Si sporgevano dai ballatoi degli altri raggi della prigione gridandoci parole di incoraggiamento e solidarietà, qualcuno lasciava cadere una mela, un'arancia. Furono gli unici che sentimmo vicino a noi, come fratelli, furono magnifici.
Finché la mia stella brillerà


La prima domanda nel gruppo di ragazzi della terza media Levi di Baggio è arrivata da Silvia (che anche in seguito si è mostrata molto vivace e perspicace, ponendo sempre domande sottili e di grande riflessione) "come posso entrare nei panni di quella persona se non ho mai vissuto quella esperienza terribile? come faccio a mettermi nei suoi panni?".
Daniela le ha risposto facendo l'esempio di come ci si comporta con un'amica. Quando la si conosce, si capisce quando non sta bene e, allora, bastano anche solo una parola, un gesto di affetto per mostrare l'interesse nei suoi confronti. Non è che per forza bisogna vivere tutto quello che prova un altra persona per provare empatia. Basta un atto di vicinanza alla persona che ha un periodo difficile. Quello che le succede in qualche modo ti riguarda.

Un caso che ci riguarda da vicino è quello degli sbarchi dei migranti o dei rifugiati. Come ci poniamo osservandoli? Purtroppo - ha continuato Daniela - i nostro stile di vita ci mette in competizione gli uni con gli altri, sul metrò non ti accorgi delle persone che ti stanno accanto, così come siamo presi a organizzare la nostra vita, a correre. Ecco, l'inventore del Museo dell'empatia ci dice che questa è un antidoto alla vita moderna, ti consente di attivare un circuito positivo per cui inizi a porti le domande "chi mi sta accanto? come sta? chi è veramente?". Sono piccoli semi che possono dare anche grandi frutti e contribuire a far cambiare il modo di pensare delle persone.

Settant'anni fa un confine è stato superato nei confronti degli esseri umani, non solo ebrei. Lo dicono gli storici. La Shoah ha superato i confini dell'immaginazione. Quando arrivavi nei campi di concentramento eri uno stück.
"Stück... ci chiamavano così, facendo seguire a questa parola i numeri tatuati sul braccio. In tedesco significa "pezzo". Non eravamo più uomini. Ad Auschwitz diventammo... pezzi."

Daniela prosegue spiegando che si trattava proprio di una sottrazione di umanità. Andavi avanti fino a quando avevi le forze (i nazisti avevano calcolato a tavolino una resistenza media di 3 mesi). La perdita di umanità non era solo da parte dei tedeschi che gestivano il campo ma si sviluppava anche nei prigionieri. I sopravvissuti cercavano di non partecipare alle sofferenze.

Racconta Liliana Segre nel libro "Successe una cosa dentro di me senza che me ne rendessi conto: a un certo punto la mia mente cominciò a rifiutare di partecipare alle cose terribili che succedevano nel campo. Non mi voltavo quando qualcuna di noi era messa in punizione, non ascoltavo quando le prigioniere parlavano di violenze a cui avevano assistito o alle quali erano state sottoposte ... Io non volevo sapere. Non lasciavo il mio cervello libero di registrare quello che stava accadendo intorno a me. Se avessi partecipato con il cuore alle sofferenze spaventose che vedevo ogni giorno, se mi fossi affezionata a qualche prigioniera che avrei potuto veder morire da un giorno all'altro, non ce l'avrei fatta a sopportare quei giorni, uno dopo l'altro. Solo il mio corpo - con la mia magrezza, la fame, il freddo, le piaghe, le febbri, le punizioni che subivo - mi riportava nel campo, dentro Auschwitz. La mente no, la mente distoglieva lo sguardo, e io ricominciavo a fuggire. Senza vedere, senza sentire le grida di giorno e di notte. Avanti, una gamba dopo l'altra, a testa bassa, senza guardare in faccia chi mi stava intorno."

È quello che è successo a Liliana con Janine  "Un rimorso che mi porto dentro. Il rimorso di non aver avuto il coraggio di dirle addio. Di farle sentire, in quel momento che Janine stava andando a morire, che la sua vita era importante per me."

Daniela prosegue raccontando ai ragazzi che non dovevi sfidare un nazista o il medico  - che faceva la selezione decidendo se "potevano andare avanti" o se mandarli nelle camere a gas - se ti facevi notare, se avevano idea che ti sentissi una persona, se lo percepivano, eri finita. Dovevi essere un vegetale.


Raccontare per non dimenticare
Per fortuna Liliana Segre - e nel libro è raccontato benissimo - aveva 14 anni e una gran voglia di vivere (istintiva). Ma quell'egoismo che ha dovuto sviluppare per sopravvivere l'ha pagato dopo. Ora ha 85 anni ed è stanca.
Daniela spiega che ha iniziato a raccontare dal 1990 per senso di colpa ("Pian piano, dentro di me, diventava pressante questa sensazione di non aver fatto il mio dovere. Il mio silenzio cominciò a pesarmi, era un macigno oppressivo") per rendere omaggio, per dire a tutti che le persone erano esistite (nella terza parte del libro si narra che verso la metà di gennaio 1945 i nazisti fecero saltare in aria il lager "Distruggendo il campo di Auschwitz volevano cancellare le prove di quello che era successo lì dentro. Il mondo non doveva sapere. Ma Auschwitz venne distrutto solo in parte, non trovarono il tempo di completare l'opera").

Liliana Segre ha raccontato spesso la sua storia. Ha scritto diversi libri.
Con questo libro ha voluto rendere omaggio al padre, che è stato per lei come "le vitamine", dandole la forza per sopravvivere.
L'incontro con Daniela è emozionante e Silvia si rifà viva con una riflessione "Lei si è quasi vergognata di essere rimasta viva.." Daniela ha raccontato che Primo Levi lo ripete spesso.

Silvia "Ma le direi che il suo non era un privilegio, ma piuttosto un diritto".
Daniela spiega che tutti i sopravvissuti a un campo di concentramento hanno un senso di colpa terribile e hanno dovuto affrontare anche una terapia psicologica per riuscire a conviverci. Ora Liliana sembra "pacificata", perché sa che in quel contesto non poteva fare altrimenti.
Ma se qualcuno le chiede se ha perdonato, lei risponde che non ce la fa. Ecco le sue parole nel libro.

"Liliana hai perdonato?
So che farei una bella figura dicendo che ho perdonato. Qualcuno mi ha detto che se perdonassi potrei mettermi il cuore in pace. Non è così. Io non ho perdonato, non perdonerò mai a livello personale ...  Perdonare, per me, equivale a dimenticare. " (dialogo tra Daniela e Liliana)

Il dolore del racconto
Un'altra domanda sorge tra gli studenti "Cosa sentiva Liliana mentre raccontava la storia?". Daniela racconta che i colloqui con Liliana erano sempre di durata diversa -potevano durare da mezz'ora a otto ore- perché a un certo punto non ce la faceva più.
Allora Daniela le ha chiesto di spiegarle cosa avveniva dentro di lei. Liliana ha risposto di riuscire a raccontare bene fino a quando "vedeva le cose come un osservatore esterno", ma quando "tornava bambina" - ripensava alle sensazioni dolorose provate e a tutto quello che aveva visto - per lei il dolore aveva il sopravvento.
Daniela racconta che questa sofferenza si ripete ogni volta che Liliana racconta la sua storia. Ora la stanchezza è tanta.
Lia Gaffuri, docente della classe terza della Scuola secondaria di primo grado Levi di Baggio, chiede come sia nata l'idea del libro.
Daniela spiega che il libro è nato dall'Editore, che ci teneva ad avere un libro per ragazzi che raccontasse la storia dell'Olocausto. Poiché Daniela aveva già scritto il libro "Le valige di Auschwitz" (per cui ha preso anche un premio, e di cui parlerò in un post a parte), le è stato chiesto di incontrare Liliana Segre, dato che entrambe vivono a Milano. All'inizio Liliana era restia - anche perché ne aveva già parlato in altri libri - poi ha "ceduto" pensando di incentrare il racconto sulla figura del padre e riportarlo a una dimensione più intima. Liliana non aveva la madre, aveva un rapporto quasi "simbiotico" con il padre, che è sempre stato presente.
Daniela - emozionata - rivela che Liliana Segre è una donna con una grande forza e, al tempo stesso, una grande sensibilità, capace di mostrare un'eccezionale empatia verso le persone.

Il ritorno alla "normalità"
Sempre Lia Gaffuri sottolinea come sia importante che nel libro ci sia anche "il dopo", come abbia fatto a tornare non solo nella sua patria ma anche a rientrare nella vita quotidiana.
Daniela ha spiegato come Liliana una volta tornata a casa si sentisse sempre nel campo. Naturalmente, le privazioni subite e la mancanza di cibo, avevano suscitato in lei un grande desiderio di mangiare, fino a ingrassare.

"Mi guardavo nella mia nuova vita e vedevo una ragazza grassa, informe, che non riusciva ad adattarsi agli altri, e gli altri non riuscivano ad adattarsi a lei.
Gli zii non erano cattivi. Facevano del loro meglio. Pensavano di dovermi reinserire nella società. Stavano continuamente a riprendermi su come stavo seduta, mangiavo, dormivo, su cosa dicevo e come lo dicevo «Stai composta, saluta come si deve quando incontri qualcuno, non dire parolacce, taglia la mela con la forchetta e con il coltello».
Ma io pensavo che solo avere una mela era un dono straordinario, cosa mi importava di tagliarla con la forchetta e il coltello?
"

Daniela sottolinea come le persone intorno a Liliana non capissero. E lei si sentiva estranea a quella vita, a quel mondo che non le apparteneva più. Tutti le dicevano "riprendi la tua vita, le tue cose, la scuola, le tue regole". Lei aveva bisogno di raccontare e parlare. Capire quello che era accaduto. Questo non le è stato permesso.

Estraneità
Questa è un altra parola che hanno provato i sopravvissuti. Tutti non volevano sentire. Tutti non volevano sapere.

Alla domanda "Ma lei si è messa nei panni di Liliana?" Daniela ha risposto con un sì (al tempo stesso deciso ed emozionato). Ha accennato anche alle valigie, che l'hanno molto colpita quando ha visitato il campo di sterminio di Auschwitz, unico oggetto presente in cui c'erano un nome e un cognome. Lì ha capito che dietro c'era una persona. Le valigie, come le scarpe nell'esempio iniziale del museo dell'empatia, rappresentano un simbolo.

Questo libro è stato scritto con il contributo di Liliana Segre, sia perché è una delle poche persone sopravvissute allo sterminio, sia perché ha vissuto questa tragedia quando era una ragazzina e quindi riesce a coinvolgere meglio i ragazzi con la sua storia, raccontandola dal punto di vista di una quattordicenne.

I pensieri e le domande continuano a fluire spontanee. Daniela (una ragazzina di seconda) chiede il significato del timbro sul braccio.
La Palumbo spiega che, alla pari di essere "un pezzo" il numero contribuiva a togliere l'identità. Liliana Segre non ha mai voluto toglierselo, perché ha sempre pensato che non fosse una cosa per cui provare disagio, piuttosto una vergogna per i suoi carnefici.

Liliana Segre - nonostante tutto quello che ha vissuto - ha mantenuto una coscienza viva. Lo dimostra quando i soldati nazisti, presi dal panico per l'arrivo delle truppe alleate, iniziano a spogliarsi e nascondersi tra i deportati.

"Il comandante del lager di Malchow - un altro luogo in cui sono stati trascinati una volta venuti via da Auschwitz - un assassino privo di umanità, gettò anche lui la pistola e indossò abiti civili. La pistola cadde sui miei piedi. L'istinto fu di prenderla e sparare, per vendetta, per giustizia. Ma fu un attimo, mi vergognai di quel pensiero, io non ero come loro, non volevo diventare come i miei carnefici. ... Scelsi la vita, la loro cultura di morte non mi apparteneva e la lasciavo nel lager."



Il libro
Come ha spiegato Daniela Palumbo, sottolineandolo, il rapporto e il legame profondo con il papà - che fino all'ultimo ha voluto e tentato in ogni modo di proteggerla - viene fuori in quasi tutte le pagine del libro, un libro molto intenso, scritto benissimo, in cui si riesce a entrare nella storia, e che ti prende a tal punto da finirlo tutto d'un fiato. In particolare, si racconta anche la parte dell'infanzia felice che Liliana Segre ha potuto trascorrere, il rapporto con i nonni. Un padre che faceva anche le veci della madre, scomparsa quando lei era piccola, che non le ha fatto mancare niente per quello che le è stato possibile; che trascorreva le vacanze con lei sempre, appena poteva, cosa rara a quei tempi
.

"Fino a quando la mia stella brillerà", con la prefazione del giornalista Ferruccio de Bortoli, è un libro diviso in tre parti: Il papà e la bambina, in cui si racconta la vita felice e spensierata che ha potuto vivere Liliana Segre fino alle leggi razziali; Cambia tutto, in cui a partire dall'espulsione a scuola si parla della progressiva perdita di diritti - con due emozionanti capitoli, uno dedicato alla "nonna che offriva la torta ai fascisti" e l'altro dedicato ai "Giusti", quelle persone che hanno rischiato la loro vita per aiutare gli ebrei - e della fuga fino all'arresto, al carcere e al Binario 21; Sempre con me in cui si entra nel vivo della vita nel campo di concentramento e alla dolorosa separazione dal padre, il modo in cui Liliana è riuscita a sopravvivere - con il commovente capitolo "Stella stellina, resta con me" - fino alla marcia della morte, al ritorno a casa e il sentirsi diversa.
Il libro finisce con "L'incontro più bello" ovvero l'incontro con Alfredo, l'amore della sua vita, che seppe capirla da subito, e ascoltarla, anche perché aveva vissuto come lei la prigionia.
Infine, due capitoli molto pregnanti, sul perché Liliana abbia sentito il desiderio di parlare della sua dolorosa vicenda e il dialogo tra Daniela e Liliana.

Alcuni appuntamenti
Vorrei concludere questo post che mi ha proprio emozionato - e che vorrei fosse il primo di una serie di presentazioni di libri per ragazzi sulla Shoah - segnalandovi alcuni appuntamenti che potrebbero interessarvi, dedicati all'Olocausto.
Oggi 22 gennaio verrà inaugurata alla Biblioteca dei ragazzi di Rozzano "Per non dimenticare - In viaggio con Anna Frank", una mostra internazionale di mail art, qui).
Sabato 23 gennaio al Trotter una giornata per le famiglie.
La compagnia Alma Rosé propone "C'era un'orchesta ad Auschwitz", liberamente tratta da “Ad Auschwitz c’era una orchestra” di Fania Fénelon, con Annabella Di Costanzo ed Elena Lolli . Diversi sono gli appuntamenti in diversi luoghi, come si vede dalla locandina. Per informazioni: info@almarose.it e qui il link alla pagina facebook.


Infine, per chiudere il cerchio, il 27 gennaio alle 10.30 al Teatro degli Arcimboldi (qui e qui i  link alle notizie) Liliana Segre incontra i ragazzi; le scuole impossibilitate a partecipare potranno ascoltare in streaming sul sito del Corriere della Sera per commemorare insieme a lei il Giorno della Memoria. 
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro ideato da Paola Miseti, alias HomeMadeMamma e il cui link odierno trovate qui.

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