domenica 14 agosto 2016

#MDL2016 Beatrice Masini, con la sua “Cena del cuore”, presenta Emily Dickinson



Lo scorso 19 giugno a Mare di Libri (#MDL2016), Rimini, Beatrice Masini ha conquistato il pubblico gremito nella Sala del Giudizio del Museo della città, costituito non solo da giovanissimi ma anche da editor, scrittori, blogger, giornalisti, bibliotecari, che le ha dedicato un applauso finale prolungato e ha richiesto del tempo per le dediche.


Nel corso della conversazione sulla poetessa Emily Dickinson, l'autrice ha presentato il libro “La cena del cuore”, illustrato da Pia Valentinis ed edito da rueBallu nella collana Jeunesse ottopiù (link qui).

La scrittrice ha esordito raccontando che “Emily è una vecchia amica” che l'ha accompagnata sin dalla sua adolescenza, incontrandola diverse volte non solo per la sua grande passione per la poesia ma anche guardando le antologie a lei dedicate. Insomma, ha letto “Quello che era necessario e sufficiente per entrare lentamente nel suo mondo... Crescendo mi sono interessata alla sua vita e alla sua esistenza”, nonostante sia restia spesso a incontrare autori che ama per non restare delusa. In questo caso, ha spiegato, “Credo che sia legittimo interogarsi sulle vite degli scrittori, quelle che sono passate, che si sono depositate, che sono lontane da noi e su cui tanti hanno scritto e lavorato anche per capire la cornice intorno alla quale sono nate alcune opere.

Ha proseguito raccontando che legge anche molta saggistica “Ho infilato anche una bibliografia di studi sia italiani sia stranieri sulla poetessa. Poi mi sono resa conto di un'altra cosa, grazie anche al mio lavoro di editor, che ci sono romanzi che si imperniano su di lei, sulla sua vita e non vita, sulle persone che l'hanno circondata, in particolare nel mondo americano è diventata una sorta di leggenda e ci sono un sacco di romanzi, albi anche per bambini, storie per ragazzi e per adulti che attingono alla sua vita, quindi conoscere i fatti “asciutti” e la storia romanzata diventava un modo per incorniciare meglio lei come personaggio, come succede tante volte sia per questi suoi estremi della sua vita: per il fatto di essere così ombratile, preclusa, autoreclusa nella sua casa, i vestiti bianchi, la scoperta delle sue opere dopo la sua morte.

Quando amo molto un autore ho paura di incontrarlo e non ingaggiarmi nell'approfondimento del suo mondo perché mi trovo un po' a disagio, quasi a dissacrare un tempio in cui l'ho messo. Poi, mi è capitato anni fa con Virginia Woolf, non pensavo ormai di poter scrivere qualcosa su di lei, ma l'ho fatto e ne sono stata contenta, perché avevo sentito un tuffo molto intenso nel suo mondo, molto preciso.

In questo caso avevo forse accumulato di più sia in termini di letture sia di riflessioni e alla fine mi sono sentita pronta a farlo anche se ho dovuto ripassare la mia conoscenza dispersa e frammentata nel corso degli anni e mettermi a rileggere. Rileggendo mi sono resa conto che il problema – come sempre in questi casi - era trovare il bandolo, come si racconta la vita di uno scrittore? Dall'inizio alla fine? Certo, era la cosa più logica. Però era la meno logica pensando di scrivere un libro che è una sorta di introduzione al mondo di Emily e non ha nessuna pretesa di essere esaustivo, né di accademismo né di scientificità. Ho preso un sacco di appunti, li ho ridotti e concentrati e sono finiti quasi tutti dentro questo quaderno che ho portato con me
.”

… e presenta alla platea un bel quaderno ricco di appunti e spiega che in un mondo fatto di computer “Ho ancora la mania di avere sempre con me quaderni belli, penne e inchiostro. Questo mi è stato regalato da un'amica e l'ho tenuto bianco finché non ho trovato qualcosa di interessante con cui riempirlo, che non è stata altro che una “distillazione” di quello che avevo raccolto nel tempo, le mie riflessioni, le parole chiave, le citazioni che mi veniva spontaneo riscrivere e depositare sulla carta perché sembravano per me più importanti di altre. Questo quaderno è diventato la guida sopra la quale ho costruito un progetto”.

A furia di setacciare, a furia di leggere e rileggere, ho capito che scegliere le parole che per me affioravano più ricorrenti dentro l'opera di Emily potevano essere una buona chiave per posarle come una sorta di filo conduttore per raccontare la sua vita.”

Un racconto che viene completato da un bellissimo corredo iconografico di Pia Valentinis che – spiega Beatrice Masini - “ha fatto un lavoro egregio commentando attraverso le sue illustrazioni questo libro, e diventa anche la guida della conversazione proprio perché c'è una progressione, c'è una logica, che lega queste parole e le mette in sequenza”.


Emily: una vita breve ma intensa

Con una sintesi soppesata da parole pensate e ricche di dettagli, Beatrice Masini ha introdotto la vita della poetessa Emily Dickinson (link), nata nel 1830 ad Amherst, in Massachussets, una cittadina piuttosto importante della costa est degli Stati Uniti, dove sono arrivati i pellegrini protestanti.

Emily nasce in una famiglia importante e agiata, il nonno è stato il fondatore di un'istituzione scolastica prestigiosa, il padre è il tesoriere della scuola e fa parte del senato degli Stati Uniti”.

Viene fuori il ritratto di una famiglia molto legata, con una madre molto sommessa, severa anche se molto affettuosa, e due fratelli Austin - Emily è la seconda - e Lavinia, soprannominata Vinnie.

Emily studia, va a scuola e poi nel primo college femminile degli Stati Uniti. Lì ha già una particolare predilezione per la letteratura e per le scienze. Noi associamo la poesia al mondo dei sentimenti o della letteratura e invece lei ha studiato anche matematica, chimica, fisica, geologia”.

Nonostante passi poco tempo al College ha una vita sociale molto intensa, e fa amicizia con persone a cui resterà legata a lungo, grazie a una corrispondenza molto fitta che inizia durante gli anni della scuola e che “sarà una parte importante della sua vita”.

Purtroppo il suo stato di salute non le consente di rimanere a lungo e per una malattia non meglio chiarita starà sempre chiusa in casa. “Nel periodo del college e anche nel periodo precedente è una ragazza come tutte le altre, fa le corse in slitta: c'è il luccichio negli occhi, ci sono le gote che bruciano di freddo, ci sono i balli, gli scambi di valentine, il fervere di vita intensa che l'avvolge e la rende felice, anche se quando è lontana da casa scrive tante lettere ai suoi familiari manifestando la sua nostalgia per questo nucleo caldo importante che è la sua casa”.

Illustrazione di Pia Valentinis su "La casa".

Una parte importante nella vita di Emily è la sua abitazione: “la grande casa dei Dickinson è la prima casa in mattoni della città, la più prominente della città; in questa casa passerà quasi tutta la sua vita. Nel frattempo il fratello si sposerà con Susan, una cara amica di Emily, e andranno a vivere in fondo alla nuova proprietà in una nuova casa poco distante, costruita appositamente, lì nasceranno i nipoti di Emily. Lei aveva un rapporto speciale con i bambini, sia con i figli di amici, sia con i nipoti, sia con i figli dei vicini o degli indiani o ancora dei domestici.


Nonostante la schiera di domestici, la famiglia non ha una vita particolarmente lussuosa, e stando in casa Emily “lavora, spolvera traffica, pulisce, impasta il pane, pela le patate; esattamente la stessa cosa fanno sia sua sorella sia sua mamma; sono persone importanti che però lavorano, fianco a fianco con i domestici, sviluppando dei legami molto intensi con loro
Emily vive in questa piccola cerchia di casa/giardino e altra casa in fondo alla casa, di parenti strettissimi per tutta la vita tranne qualche sporadica visita in altre città, come a Boston per il suo stato di salute (non ben diagnosticato). Sta in questa strettissima cerchia dove passa gli ultimi 15/20 anni della sua vita senza mai uscire, tranne una volta, quando uno dei suoi nipotini muore e attraversa il giardino e va a dare il suo ultimo saluto.”




Beatrice Masini prosegue nel racconto dicendo che Emily “Era una donna silenziosa, però con tante chiacchiere dentro alla testa, che ha voglia di conversare con il mondo perché scrive tantissime lettere alle sue amiche e la sua cerchia di corrispondenza è fatta anche da persone sconosciute o poco conosciute con cui lei prende contatto nel momento in cui inizia a scrivere poesie e ha bisogno che queste poesie siano riconosciute dal resto del mondo: per cui si mette in contatto con critici, scrittori, personaggi che oggi non ci dicono nulla salvo che lateralmente alla sua vita, mentre lei che era ignorata c'è ancora. E loro allora costituivano l'autorità, consentivano la pubblicazione di racconti o poesie sui giornali o sulle riviste che dirigevano o coordinavano. Lei inizia in maniera insistente e costante nel tempo a chiedere il loro parere, a raccontarsi, a raccontare la sua dimensione domestica; dice "io sono grande come il mio cane”, infatti era piuttosto minuta. Racconta cose della sua vita quotidiana, “quel suo apparente accontentarsi di poco” anche se nelle poesie mette invece la “vertiggine di orizzonti sconfinati”, parla di spiritualità, del cielo, dell'amore anche se qui non sappiamo tanto della sua vita sentimentale, sappiamo di possibili storie, di cui una con un signore che però era sposato, poi resta vedovo e muore due anni prima di lei e tutto finisce."

"Ci sono molte poesie dedicate all'amore come esperienza sconvolgente e sconquassante, che ti trasforma, ti rende un alto, uno strano rapporto con il “Padrone” ovvero il tuo cuore, quello che fa ti te quello che vuole, però nello stesso tu resti sempre padrona del tuo esprimersi nei suoi confronti."
 È molto chiara e vivida nel saper raccontare se stessa anche in un'emozione così complicata che forse non è mai diventata concreta per quel sappiamo noi; se della prima parte della sua vita sappiamo abbastanza e non ci sono tracce di legami, il resto è stato tutto condotto per corrispondenza, per interposta carta. "

"Nel tempo scrive, pare scrivesse di notte e che dedicasse le ore notturne a se stessa e faceva tante cose in casa; aveva un piccolissimo scrittoio, minuscolo, e c'è questo senso del piccolo. Le grandi cose messe nel piccole; anche le sue poesie sono su bigliettini, pagine ristrette, rovesci di buste usate, liste della spesa, tutta la carta che trovava la riempiva di messaggi per se stessa e di appunti, poesie, anche brevi, fatte anche di due o tre versi, delle sorti di schegge o prendeva dei fogli li ripiegava su se stessi e li cuciva come fanno i bambini e ci sono queste minuscole paginine. Nessuno conosceva l'entità della sua produzione finché lei non è morta nel 1886 e solo allora la sorella Vinnie scopre uno scatolino di legno in cui ci sono circa 1800 componimenti. "

"Non che la gente non sapesse che Emily scrivesse, lei aveva anche inviato ai critici del materiale da leggere – in questa ricerca di approvazione – da cui si aspettava un riconoscimento. Perlopiù le risposte erano state piuttosto taglienti: poiché lei scrive in un modo piuttosto imprevedibile per l'epoca, senza usare un metro, senza stare in una struttura tradizionale; usa i trattini al posto del punto fermo, o del punto e virgola, la sua punteggiatura è molto spettinata per cui bisogna immaginarsele queste poesie che per certi versi sono ancora enigmatiche poste davanti a questi signori così seri e posati che si aspettavano dalla poesia qualcosa di molto serio e prevedibile e contenuto; chiaro che sussultassero; alcuni ci intravedevano qualcosa ma non erano neanche sicuri di questo qualcosa. Alcune delle sue poesie sono state pubblicate su qualche rivista ma chi le ha pubblicate è intervenuto pesantemente facendo quello che si definisce editing ovvero “correggendole, aggiustandole, pettinandole” e quando lei si è resa conto della violenza di questo editing ha deciso di non inviarle più a nessuno e la maggior parte è rimasta chiusa in questo cofanetto."

Alla sua morte "c'era l'esigenza da mettere in valore quello che era considerato un patrimonio, se non altro per la quantità, anche se poi non si capiva bene come definirle, come ricopiarle, come metterle insieme". Per diversi motivi complessi l'intera opera non viene completamente alla luce in toto se non negli anni Cinquanta, quando “inizieranno studi accademici sulla sua opera, che restituiranno la punteggiatura disordinata così come era e che si preoccuperanno di collocare le poesie nell'ordine giusto incorniciandole dal punto di vista cronologico giusto. A Amherst c'è la casa natale di Emily, la Dickinson-Austen sede di un museo dove viene esposta una copia dei suoi vestiti bianchi. Perché nell'ultima parte della sua vita vestiva solo di bianco, anche se era il contrario della logica perché una donna che passa tanto tempo della sua vita a cucinare, fare marmellate, vuol dire che è sempre sporca, è un dettaglio su cui riflettere.”

La Masini spiega che negli Stati Uniti la poetessa è ormai diventata oggetto di culto “ci sono citazioni dirette e indirette nei romanzi americani” e che “nel linguaggio colto statunitense è abbastanza un'abitudine pescare dai suoi pensieri come se niente fosse. Simon & Garfunkel  le hanno dedicato una canzone "For Emily, whenever I may find her...", in Colpa delle stelle di John Green c'è citato un romanzo che non esiste “Imperial affliction” che è in realtà il verso di una sua poesia. Se volete fare un corso lampo “emiliesco” John Green e il fratello hanno fatto una serie di video che si chiamano crash corse, brevi corsi animati e ce ne è uno bello su Dickinson (link) per testimoniare la sua venerazione per questa signora.”



La cena del cuore

Ecco che Beatrice Masini racconta alcune parole del libro. Un libro a mio parere davvero poetico, dove la poesia di Emily Dickinson si disperde nelle parole poetiche di Beatrice Masini, il cui confine è davvero labile, tale è la delicatezza del racconto. Non poteva esserci persona migliore per descrivere in modo poetico una poetessa, il tutto accompagnato dalle delicate illustrazioni di Pia Valentinis, che ci fanno immaginare il suo mondo fatto di piccole cose, di briciole e scampoli di vita.

Casa. La prima parola che ho scelto è Casa, ed è simboleggiata da questa illustrazione in cui c'è il nido e un piccolo ritratto della casa di Emily. Possiamo leggere le sue parole. Un testo fondamentale sono state le lettere al resto del mondo dove ho trovato molti suggerimenti per cercare di trovare il suo mondo.

Dicono che casa è dov'è il cuore. Io penso che sia dov'è casa, e tutto attorno”. La cosa è una casa, non c'è molto altro da dire, soprattutto per una che si definisce una “regina della polvere dello sporco”.



Ritratto. Esistono due ritratti con i fratelli, un quadro di famiglia, lei ha i capelli rossi, una faccetta buffa con un libro aperto e una rosa aperta tra le pagine, e una fotografia, l'unica, scattata quando aveva 17 anni. Proprio perché era l'unico ritratto, c'era bisogno di lanciare un personaggio, quella immagine era distante dalla maturità di Emily e scanzonata e le hanno aggiunto sia bande di capelli mossi e ondulati, sia un colletto di pizzo severo, da signora. Lei non era così.

Pietre. Allude alla sua inclinazione per il mondo della scienza, che ha lasciato indietro, la vita la definisce un “silenzioso vulcano”, lei spesso cita i vulcani: etna e vesuvio, pensate cosa dovevano essere per una persona nata negli Stati Uniti, erano solo parole lette nei libri, nei classici; e invece usa queste parole come se fossero di vita quotidiana.


Illustrazione di Pia Valentinis su "Cani, gatti e il resto"
Cani, gatti e il resto. Poi ci sono gli animali: lei ha amato sempre i cani, ma c'erano anche i gatti, particolarmente amati da Laviniail mio gatto ideale ha sempre un topo nella bocca che sta per sparire - e quello star per sparire ha in sé un fascino particolare”.

E gli uccelli “Ci si sente soli senza gli uccelli perché piove forte, e i piccoli poeti non hanno l'ombrello”.

Fiori. Emily a ragazzina fa un erbario accurato, uno dei libri preferiti rimane il libro della botanica del Nord America che tutte le primavere lei rilegge come se fosse nuovo, perché così conosco di nuovo tutte le piante che ci circondano.

Leggere, scrivere e leggere. Una persona che scrive è anche una persona che legge. Ha una grande passione per Emily Brontë, autrice di Cime tempestose, ha letto anche la sorella Charlotte autrice di Jane Eyre, George Eliot, Elisabeth Barrett poetessa molto malata, che si è innamorata di un poeta, Robert Browning, con cui è scappata ed è andata a vivere a Firenze.

Ci sta dicendo che i libri non costano niente ma ci portano molto lontano.

Fra i tanti corrispondenti aveva anche bambini e ragazzi. C'è una lettera che scrive a dei ragazzi “Cari ragazzi vi prego non crescete mai, che è molto meglio. Vi prego, non migliorate mai, siete perfetti adesso”.

Famiglia. Fra le persone di famiglia c'era anche Susan, la moglie di suo fratello a cui ha dedicato una poesia molto bella “Ho una sorella in casa nostra, un'altra una siepe più in là. Una sola è registrata ma entrambe appartengono a me. Una è venuta dalla mia strada e portava il mio vestito smesso, l'altra come un uccello ha fatto il nido tra i nostri cuori. Oggi è lontano dall'infanzia, ma su e giù per le colline, ho tenuto stretta la sua mano che ha accorciato le miglia”.



Amore. Pia Valentinis ha dipinto un albero con le mele in riferimento a una bellissima poesia di Saffo, perché Emily è come una mela rimasta sull'albero. È una mela che non è mai stata colta. Non ha mai vissuto l'amore ma l'ha colto, l'ha bevuto, l'ha assaporato, sicuramente.

Amore tu sei alto, io non posso scalarti, ma se fossimo dueper lei è sapere com'è quello che prova ma senza una risposta diretta, anche concreta. Fra l'altro quel signore di cui parlavo prima, rimasto vedovo, era un amico di suo padre, c'era un'immensità di anni tra loro, ma l'incontro di anime non ha età.

Successo. In tutto quel desiderare riconoscimento da parte del mondo, c'era il desiderio di possederlo.

Non sappiamo mai quanto alti siamo 
Finché non ci chiedono di alzarci.
E allora se teniamo fede al nostro piano
il cielo raggiungiamo. 
L'eroismo che facciamo nostro
Sarebbe ordinaria cosa
Se per paura di essere re
Non ci piegassimo nella posa.”

Le poesie si possono interpretare in ogni modo. Io credo che qui lei ci dica Non bisogna mai avere paura di essere re.

Bianco. Ossessione del bianco che però si accompagna a un amore a tutti i colori dell'arcobaleno che racconta con una minuzia di particolari, un'accuratezza straordinaria, soprattutto nelle lettere

Venerdì ho assaggiato la vita. 
È stato un bel boccone. 
Un circo è passato davanti a me, 
sento ancora il rosso in testa 
anche se i tamburi si sono azzittiti.

Ci piace marzo, 
le sue scarpe sono viola

E sul trascolorare delle stagioni: dall'autunno all'inverno
 “Le colline si tolgono il frack violetto. 
Indossano lunghe camicie bianche. 
C'è qualcosa di bello e qualcosa di triste nella toeletta dell'anno.”

Violette sono i fiori che l'hanno accompagnata nella bara bianca. La morte ha sempre accompagnata Emily, che aveva tantissimi amici morti durante la guerra civile.

Morte. Lei spesso doveva scrivere lettere di cordoglio alle famiglie e scrive a un amico di famiglia pregandolo con onore di evitare la morte. Dà l'addio a tanti bambini e ne parla spesso con libertà.

Chi sta morendo ha bisogno di poco, caro,
Un bicchier d'acqua gli basta
Il volto sommesso di un fiore
A punteggiare il muro.
Un ventaglio, forse, il rimpianto di un amico,
E che nell'arcobaleno
Non veda più colore
Quando te ne sarai andato”.

Questa è l'ora di piombo
Che chi sopravvive ricorda 
Come chi gela ricorda la neve
Prima freddo - poi stordimento - 
 poi lasciarsi andare”.

PS: Nel sottotitolo si parla di “Tredici parole per Emily Dickinson”, ma la tredicesima rimane al lettore cercarla. Chissà ognuno di noi quale sceglierà. Io sceglierei forse piccolo.


Qui potete trovare alcuni approfondimenti: Biblioragazzi, Rai Letteratura, SoloLibri, LiberwebApedario

martedì 9 agosto 2016

#MDL2016: Ragazze Farfalle, Lodovica Cima incontra Luisa Mattia e Marco Erba


Il 18 giugno a Mare di Libri, a Rimini, nel cortile della Biblioteca Gambalunga, si è tenuto l'incontro “Ragazze farfalle” - libri a confronto e autori a confronto -, moderato dall'editor e scrittrice Lodovica Cima con Luisa Mattia e Marco Erba: "due romanzi che esplorano con gli occhi di questi due autori il mondo dei ragazzi e parlano necessariamente di amore, famiglia e amizia e altro ancora" come ha spiegato Lodovica Cima.

Essendo un incontro emozionante e ricco di parole interessanti, ho preferito riportarlo nella sua interezza, sperando che respiriate la stessa atmosfera che ho respirato io quel tardo pomeriggio di due mesi fa.


Lodovica Cima Quando mi è stato chiesto di moderare questo incontro mi sono riproposta di trovare una parola chiave per presentare questi due libri: la parola che ho individuato per il libro di Luisa è “leggerezza” sia perché si chiama “E poi diventai farfalla”, Lapis edizioni (link), sia perché questo è un libro che ti va volare come una farfalla. Non so se tu hai pensato al senso della leggerezza quando lo hai scritto, leggerezza come la intendeva Italo Calvino. 


Luisa Mattia Intanto buonasera e grazie delle vicinanze con Calvino e con la leggerezza. Non ci ho pensato. Non perché quando uno scrive non abbia la chiarezza di idee e non sappia come sta scrivendo e sta raccontando una storia. Mi sono preoccupata e sottolineo “preoccupata” di un'altra cosa. Questo libro è raccontato in prima persona e io non scrivo tanto spesso in prima persona. In questo caso era necessario farlo, perché la voce della protagonista è dominante, è essenziale, è lei che sta dentro una tempesta; una protagonista che all'inizio della sua storia è calma, tranquilla, convintissima del suo diritto di crescere senza che intorno si muova nulla che lei non abbia deciso di non far muovere e invece alla fine dell'estate trova che il mondo non le obbedisce, che gli altri intorno non le obbediscano e che la sua vita che lei aveva disegnato in un certo modo è completamente rovesciata, e si arrabbia. Ovviamente.


Lodovica Cima Il libro di Marco Erba “Fra me e te”, Rizzoli (link), ha come parola chiave “ricchezza” perché è una storia che ha due protagonisti, è narrata in prima persona, segue due filoni, ma che ha tantissime cose in comune con quella di Luisa, prima di tutto quella della farfalla – prima dell'incontro ai due autori non era chiara questa vicinanza - Come mai avete scelto questa metafora della farfalla?


Marco Erba La mia storia è narrata a due voci, scritta in prima persona: c'è la voce di Edo e quella di Chiara, che sono due ragazzi di quindici anni – di seconda superiore – che raccontano il loro mondo, lo stesso ambiente e la loro scuola da due punti di vista differenti. L'immagine della fafalla perché? Perché nella vita ho la fortuna di fare l'insegnante alle superiori e credo che la metafora del bruco che diventa farfalla penso sia la migliore per raccontare l'adolescenza. Insegnando e potendo accompagnare i ragazzi per più anni della loro vita mi rendo conto di quanta bellezza fiorisce dentro le loro vite. Ci sono storie straordinarie e il mio libro nasce tra i banchi di scuola e tra le storie che i ragazzi hanno voluto condividere con me. Per un insegnante è bellissimo: io insegno letteratura e di mestiere racconto storie, ma la cosa più bella è il legame che si crea con i propri ragazzi e allievi che ti regalano, raccontandoti un pezzo della loro vita. Potrei raccontarvi una storia: quella di Benedetta, allieva che ho avuto in questi anni, splendida farfalla con un grande sogno. Un anno va in una Missione in Africa e mentre stanno dando da mangiare alla mensa dei poveri incontra una donna etiope con in braccio un bambino molto piccolo, questa donna la guarda intensamente negli occhi e le dice “please, take it to Italy” (per favore, portalo in Italia). Benedetta in un tema mi scrive “quegli occhi lì, piantati nei miei occhi, non mi lasciano più, me li sogno ancora di notte e mi chiedo questa donna quanto deve voler bene a suo figlio per essere disposta a privarsene per dargli un futuro migliore?” Benedetta ha un grande sogno, fare il medico: si iscrive a medicina e mi scrive dopo aver passato il test “Prof. Io amo così tanto la letteratura, sapesse quante volte sono stata tentata di mollare la medicina con tutte le sue cose tecniche per iscrivermi a lettere. Però mi scrive No, voglio fare medicina con lo sguardo del poeta, con uno sguardo incantato sulla realtà.

Ci siamo incontrati un paio di mesi fa, mi dice che medicina è durissima ma è bellissimo. È dura perché sto facendo il tirocinio in un reparto dove curano i malati terminali e vedo che c'è tanto cinismo nei medici, negli infermieri, tanta freddezza di fronte al dolore ma io sono contenta e arricchita da questa esperienza, perché vedendo questo cinismo ho capito due cose: uno come non devo mai essere io da medico, due quanto bisogno c'è bisogno di amore e di relazione in ogni posto e in ogni momento della vita.

Quando penso all'adolescenza, penso che la metafora del bruco che diventa farfalla sia perfetta, perché una ragazza di 18 anni che dice queste cose a me mi insegna a vivere, che sono un suo insegnante. applauso

Lodovica Cima Marco ha usato una frase importantissima “lo sguardo del poeta”, allora mi aggancio - invece di andare avanti con le domande che mi ero preparata - e chiedo a Luisa, siccome la sua storia è di una ragazzina come tante, come forse sono stata io e come saranno molte di voi oggi, ed è una storia che ha tanti momenti di grande poesia dentro, dove tantissime persone si possono riconoscere, leggendola, ed è un grande pregio per un autore scrivere di cose normali, allora lo sguardo del poeta, come hai fatto ad acquisirlo così bene? Proprio piatta sono andata...
Luisa Mattia proprio così giù dura... Non lo so, non lo posso sapere. Io vivo di relazioni, nel senso che mi interessano le persone, di qualunque età siano, sicuramente i ragazzi mi interessano molto, proprio perché c'è nei giovani un modo di affrontare le cose che è normalmente bizzarro. Noi adulti, passati i nostri 30 anni, perdiamo un po' memoria delle emozioni, del modo in cui arrivano allo stomaco e non si sa bene come governarle, come capirle, forse non le si vuole proprio capire ma le si vivono, si butterebbero via per cambiarle in altro modo. Se di sguardo poetico si tratta, forse è semplicemente un modo per stare vicina alle cose che accadono dentro alle persone oltre che fuori, cercare di osservare comportamenti, modi di guardare, parole che non si dicono, soprattutto i silenzi sono estremamente interessanti. Questo poi fa, nel mio caso, il modo di raccontare.

Dicevo che normalmente quando scrivo non uso la prima persona, l'io narrante, il mio modo di raccontare la storia, per governarla, è scrivere in terza persona. Questo libro no. Per me è stata una necessità, ma anche una grande paura. Lo dico da scrittrice perché quando si scrive in prima persona il rischio è sempre quello di esagerare, di non governare la storia. Qui penso che non sia accaduto. Me ne sono accorta da sola, alla fine, anche se il timore ce l'ho avuto per tutto il tempo in cui ho scritto questa storia, perché è la voce di questa farfallina, che non sa di esserlo: si sente più bruco che altro, si sente imbrigliata, imprigionata, si sente condizionata, incapace di affrontare le situazioni. Questo modo di essere io credo che sia abbastanza universale da poter essere raccontato con “leggerezza” e “delicatezza”, perché la vita interiore delle persone a qualunque età va toccata lievemente e forse certe volte neanche toccata ma bisogna stare lì a “sentirla” un po'. La mia protagonista ha 14 anni – è un'adolescente - ha il diritto di cambiare e lo vuole questo diritto, ma non sa neanche lei dove vuole andare e in questo senso c'è un lungo periodo di confusione in lei; la confusione non sempre dà quiete, anzi il contrario, ma spesso genera pensieri che sono straordinariamente chiari ed è un po' questa la sostanza della poesia. Molti poeti quando parlano delle loro poesie dicono “sono arrivato in fondo e in fondo ho capito che cosa avevo scritto e forse non l'ho capito del tutto ma mi serve l'occhio di un lettore per capirlo”. Credo che sia un po' la condizione di un'adolescente: vivere i propri sentimenti, la propria vita, la propria affettività e non capirci niente e avere bisogno di un confronto che non sia un confronto con qualcuno che giudica, ma un incontro per riuscire a capire cosa sta succedendo e cosa sta rivelando di sé.

L'importanza dei nomi dei protagonisti

Lodovica Cima Le due adolescenti sia quella di Luisa sia quella di Marco hanno due nomi pensati. Non necessariamente spiegati ma alla fine della storia lo si capisce un po' di più, forse Marco lo spiega di più, lo esplicita: una si chiama Fiamma, l'altra Chiara.
La scelta dei nomi, che è una curiosità ma non è un dettaglio, perché spesso la scelta di un nome per una storia è molto importante, come avviene?

Marco Erba Chiara evoca qualcosa di bello, trasparente, e Chiara è un po' così; è la tipica brava ragazza che a un certo punto dimentica la bellezza che ha per inseguire quello che non è.

Questo avviene perché siamo tutti in qualche modo fragili e alla ricerca di un feedback da parte degli altri. Capita a noi adulti di ritrovarci fragili in alcune situazioni e capita anche ai ragazzi delle medie e delle superiori in cui questo è centuplicato perché è un'età di crisi, “in senso etimologico”, come trasformazione, cambiamento, qualcosa anche di positivo, sicuramente. L'adolescenza è un'età bellissima, io ho dei ricordi meravigliosi, ho avuto amici e guide straordinarie a quell'età e per questo ho deciso di fare il docente e di scrivere questo libro perché parlasse a ragazzi di quell'età e adulti che hanno a che fare con ragazzi di quell'età. Chiara è una ragazza estremamente positiva, che però conosce una compagna e un ragazzo che la portano fuori strada.

Questo a me capita spesso quando leggo temi di ragazze in cui leggi cose profondissime e pensi “cavoli, a quindici anni ha una profondità eccezionale”, ti tirano fuori proprio delle perle. Poi arrivano i compagni e ti dicono “prof. guardi quella che alza sempre la mano e che fa la prima della classe, che foto ha messo su instagram!”. Tu guardi la foto, a tutto fa pensare, ma non alla profondità umana. Ti chiedi perché quella ragazza, che è così ricca interiormente, mette su instagram una foto di sé che da un'immagine completamente fuorviante. Va bene per far pensare a certe cose un ragazzo, va bene per avere 200 like su facebook. Ma dice quello che sei? No, dice quello che non sei. Quella foto lì in qualche modo vuoi essere apprezzata da un punto di vista che ti sminuisce. Quindi Chiara è pura, è trasparente, ma nel corso del romanzo si “butta via” e dovrà riscoprire quella che è.

Lodovica Cima quando si ritrova faticosamente, si ritrova luminosa.
Marco Erba sì, luminosa, piena di luce e di forza, più consapevole di sé di quando si era smarrita e penso che questo nel periodo dell'adolescenza capiti molto. L'adolescenza è un'età di crisi e sofferenza; la sfida sia di trasformare questa sofferenza in qualcosa di bello per sé e per gli altri.


Lodovica Cima Fiamma è invece arrabbiata...
Luisa Mattia sì Fiamma ha l'età che ha, le succedono cose che la travolgono e la disorientano. Ma dentro ha un fuoco. Ce l'aveva anche prima; ma ha un fuoco che fatica a dominare, tanto è vero che fa un sacco di cose che lei stessa non si spiega e non si domanda neanche perché le sta facendo. Le fa. Perché dentro c'è un fuoco vitale, che genera un'energia che poi lei riuscirà a utilizzare per se stessa e per gli altri. Fiamma mi è sembrato il nome perfetto per raccontare un po' come si sta sulle braci ardenti tra i 14 e i 18 anni.

Nel corso delle età si ritorna sulle braci ardenti ma in forme diverse.





Lodovica Cima queste ragazze fanno un po' di prove, prendono le misure con la vita. Ci sono dei cambiamenti grossi nella loro vita, ovviamente i cambiamenti del bruco prima di diventare farfalla, in cui c'è una grande fatica, un grande passaggio. Vi leggo due brani che parlano di questi cambiamenti.

Per quanto riguarda Fiamma

Ti metti con me. Ho risposto sì per fargli capire che ero d'accordo e felice quanto mai mi ero sentita prima. È una sensazione strana che mi prende le braccia, le gambe, dappertutto, e mi sento leggera e fortissima. Volo dentro, ma volo. A terra lascio i miei genitori”.

Questa è Luisa Mattia, una grande. Applauso. Scusate faccio l'editor da 25 anni e non posso fare considerazioni su questo libro...

Questa è la definizione che Fiamma dà del bacio “Un bacio è fatto di due bocche, un amore che cresce di parole zitte e di un abbraccio stretto che non conosce il tempo. Lo so è una cosa zuccherosa, mielosa, ma non riesco a spiegarla con altre parole. Mi viene così, mi piace. È dentro questo zucchero di parole che voglio stare”. applauso

Poi c'è Chiara, la brava ragazza, fa la scout, fa un sacco di cose per bene, di servizio, è brava a scuola. A un certo punto prende le misure con la vita.

E cambia e dice “Ieri pomeriggio sono andata da mia cugina Stefania, quella che mi ha scattato la foto del mare. Quasi tutte le estati faccio una settimana di vacanza con lei in Liguria insieme allo zio e alla zia. La zia è una che si tiene su, veste firmata, si trucca in maniera perfetta, insomma ha stile. Tutto il contrario di mio padre, proprio non lo diresti che sono fratelli. Mia cugina mi ha sorriso sorpresa, non mi aspettava a quell'ora. In genere sto ficcata in casa a studiare. Sono andata subito al dunque. Stefi, voglio cambiare stile. I suoi occhi si sono illuminati. Mi ha preso per mano, mi ha trascinata di corsa in bagno, lei, anche se ha solo un anno più di me si trucca da sempre, e già questa estate vuole insegnarmi a usare almeno a usare il mascare e la matita. E così è successo oggi. Qualche sbaffo, qualche ritocco, però me la sono cavata. Poi ho provato un sacco di suoi vestiti. Li ha tirati fuori tutti per vedere cosa mi stava meglio. E ora è il momento dell'esordio di Chiara 2.0. Un anno in più, vita nuova”. applauso

E qui inizia l'esperienza di Chiara che si vuole diversa da quello che è, senza accorgersene. Giusto?

Un'altra metafora è quella delle maschere. Il trucco è un espediente per mascherarsi. Anche Fiamma lo usa. E diventa qualcosa di diverso. Anche il protagonista maschile di “Tra me e te” è uno che ci va pesante con le maschere e qui vi leggo l'incipit del romanzo, perché è piuttosto forte, per inquadrare questo ragazzo che parla in prima persona.

Fra me e te c'è un abisso anche se hai più o meno la mia età. Anche se hai il mio stesso sguardo pieno di domande. Tra me e te c'è un muro invalicabile. Io sono biondo, tu sei moro; io sono elegante, tu sei vestito di stracci, io ho l'abbonamento, tu sei su senza pagare; mia madre lavora, tua madre ruba, io vivo in una casa ordinata tu in chissà in quale buco, io sono onesto, tu inaffidabile, io sono un italiano e tu uno zingaro e io gli zingari li brucerei tutti, come faceva Hitler. È inutile che mi guardi, cos'hai da guardare. Ecco, bravo, girati. Fra me e te è meglio mantenere una certa distanza. Ecco ora ci siamo, scendi. Che va bene. In questo pulmann senza di te si respira meglio. Ci fosse stato Hitler non saresti nemmeno salito. Adolf Hitler lui si che era un mito.

Ecco questo è l'inizio di come Edoardo si pone verso gli altri. Poi cosa succede?
Marco Erba L'inizo è volutamente duro e sconvolgente e deve suscitare una sensazione di pugno allo stomaco e di repulsione, non perché uno abbandoni il libro ma “scopra dove vada a parare” perché Edo non è quello che dice. Dice queste cose perché è un ragazzo ferito. Edo è un ragazzo vero nella realtà che si chiama Dario, che ha una situazione alle spalle ferita ed è quello che queste cose le dice su facebook, che è un potente aggregatore. Dice cose durissime, fa affermazioni devastanti del tipo “C'è in giro una donna musulmana che porta il velo” perché la donna musulmana non deve portare il velo perché siamo in Italia. Gli rispondo che in giro ci le suore che portano il velo, ma lui risponde che quello è diverso. È uno duro e intollerante.

Capita però che in classe Dario abbia una compagna che abbia dei problemi seri anche a livello psichiatrico e nessuno dei compagni di classe vuole stare in banco con questa ragazza. Perché quando uno ha dei problemi diventa anche fastidioso, persecutorio, possessivo: ebbene quando questa ragazza non era a scuola – io ho fatto una cosa ma me ne sono assunto la responsabilità – quinta superiore, entro in classe e dico i suoi problemi li conosciamo tutti noi però siamo una comunità, adesso io che sono il coordinatore di classe dico devono saltare fuori quattro persone che volontariamente stanno in banco con questa ragazza fino alla fine dell'anno facendo un patto di solidarietà concreta e vera prendendosi carico dei suoi limiti e dei suoi problemi. Chi ci sta? La prima persona che alza la mano di tutta la classe non sono le ragazze con il 10 di media in latino ma Dario, lui che aveva in latino 5 e ½ e sta per diversi mesi in banco con questa persona e dimostra una solidarietà strepitosa. Mi piace raccontare questa storia perché ha ispirato il personaggio di Edo; a volte la cattiveria che buttiamo fuori è una forma di difesa dalle fragilità che abbiamo con cui fatichiamo a fare i conti. applauso

Le amicizie

Lodovica Cima a questo punto trattiamo un altro argomento fortissimo in tutti e due i libri che sono le amicizie, soprattutto quelle cattive, che fai fatica a capire che non sono quelle giuste. Tutti abbiamo avuto questa esperienza.
Tu Luisa parli, per esempio, esplicitamente, dell'invidia.

Luisa Mattia Fiamma a un certo punto si trova ad avere necessità di nascondersi a se stessa e lo fa in maniera evidente, mescolandosi con un gruppo di “amici” che secondo lei potrebbero essere un modo, un modello per stare al mondo, “ma va' a sapere”. È un modo per non fare i conti con se stessa (lo scopre dopo): c'è non solo l'invidia ma c'è anche la distanza (perché lei ha un'amica dell'inizio del libro che ha un nome che fa schifo, Berta, ma è lei la prima che lo dice quindi “sto tranquilla”). Ma con Berta non c'è un vero rapporto: Fiamma non ha ancora capito quanto può essere profondo un rapporto di amicizia, perché fugge e sfugge questo impegno, è disorientata, non ha punti di riferimento quindi si incarta intorno a rapporti che si rivelano velenosi, per lei per prima, e anche da parte degli altri. Perché c'è un continuo misurarsi e un continuo cercare di sminuire l'altro. Lei si trova invischiata in questa piccola melma di comportamenti che apparentemente sembrano cordiali e che funzionano secondo regole che tutti riconoscono, ma che non hanno alcuna vera sostanza. È come un gioco di scacchi, c'è uno che si sposta, quello che si allontana, quello che si avvicina, e l'altro che fa finta di esserti amico, e lei recita molto in questo ruolo, con sempre maggiore disagio, perché di questo si tratta, sente che non è lei; però è un passaggio che fa, perché rispetto alla vita che faceva prima, alla situazione in cui aveva prima deve trovare un posto dove stare e dice “adesso vediamo se funziona”. E pensa “adesso faccio come tutti, sono come tutti”. Ma è chiaro che nel momento in cui uno cerca di essere se stesso, essere come tutti non è di grande aiuto. Anzi, diventa una terribile condizione che viene subito notata, per cui diventi oggetto di invidia e sei un bersaglio indiretto. Fiamma non vive chissà quasi esclusioni, piuttosto situazioni in cui c'è ma è come se non ci fosse, diventa una sorta di bersaglio indiretto da parte di questi cosiddetti amici che non sono tali. Lo scopre un po' più avanti perché lei non sta dentro nel ruolo che si è scelta, che è un abito molto stretto.

Lodovica Cima Chiara ha un'amica che è più o meno come lei, ma poi si catapulta in un mondo molto diverso dove pensa di essere molto amica di questa ragazza splendida, il cui soprannome è “la generosa” che le da addirittura lezioni su come ci si comporta con i ragazzi e, di conseguenza, con i genitori che rompono perché non ti fanno uscire e poi cosa si deve fare dopo un litigio... Come ti è venuta questa idea delle lezioni dell'amica velenosa?
Marco Erba le lezioni sono una cosa reale, sono delle lezioni che hanno fatto le mie studentesse a me quando ho scritto il libro. Essendoci due voci, per quella maschile, mi è stato abbastanza facile immedesimarmi nel personaggio di Edo, naturalmente non condividendo quello che pensa (il messaggio del libro è completamente l'opposto di quello che Edo afferma nella prima pagina, che è una provocazione); per il personaggio di Chiara mi sono fatta ispirare dalle mie studentesse e avevo una task force di una decina di ragazze di seconda scienze umane e chiedevo loro come funzionavano certe dinamiche e uscivano fuori dei racconti meravigliosi che neanche mi potevo immaginare. Guarda quella che indossa il giubbotto in un certo modo, si vede che è una... oppure chiedevo loro “devo scrivere una scena in cui un ragazzo ci prova con te, tu cosa faresti?” “Prof prof venga qua che le spieghiamo noi.” Ho scoperto una serie di regole sociali da far invidia ai personaggi dell'epoca di Anna Karenina... “Metta un po' di like sulle foto di facebook, poi ti scrivi in chat. Poi il giorno dopo lui arriva e tu devi trovarti un'amica con cui parlare perché altrimenti ti troveresti faccia a faccia con lui ma questo sarebbe troppo imbarazzante. Poi ti scrivi ancora un chat e andate avanti un po' così e a un certo punto ti chiede di vederti di persona. Ma di solito succede che la prima volta ti invitano da Mc Donald. Ma da Mc Donald nooo. Meglio andare a fare un giro al parco.”

Quindi mi sono fatto raccontare tutte queste dinamiche e quando si crea una relazione positiva ho imparato un po' a vedere il mondo con i loro occhi.

Una delle soddisfazioni più grandi è le ragazze che mi scrivono e mi dicono “hai reso esattamente quello che ho vissuto, mi sono ritrovata esattamente nel personaggio”. Questo non è merito mio ma di quelle ragazze che me lo hanno raccontato così bene da farmele “vedere”. Io l'ho messo solo in racconto.

Il ruolo degli adulti che ti lasciano spazio e ti sanno ascoltare

Lodovica Cima un'altra cosa che non posso non notare è che in entrambe le storie gli adulti non è che facciano una gran figura. Quelli che si salvano sono i nonni. Lui ha una nonna e lei un nonno, che sono dei “principi” tra gli adulti.
Luisa Mattia gli altri non sanno che fare e non ho ancora deciso se sia o meno una fortuna per gli adolescenti, io credo che sia una condizione abbastanza diffusa tra i genitori.

Credo che sia una necessità, un distacco necessario, doloroso, a volte anche un po' punitivo perché gli adolescenti sono abbastanza spietati. I genitori spesso non sanno cosa fare. Anni fa ho visto il film delizioso “Sirene” con Cher, che interpreta la parte di una mamma “difettosa”, come mamma non rispetta nessuna delle regole, ama molto le figlie e ne cresce due una più eccentrica dell'altra; lei è la regina dello “svaporato” e a un certo punto in cui le figlie le chiedono di fare qualcosa per loro e c'è intorno una comunità che la osserva con un certo senso di disturbo, lei sbotta e dice “insomma, non siete nate con il manuale di istruzioni. Io a volte faccio quello che posso, a volte non ci riesco, non vi capisco, che devo fare?”.

Credo che sia una condizione abbastanza frequente nei genitori che mettono a letto a dormire il loro amato bambino e la loro carissima bambina e la mattina dopo si trovano in casa un marziano, lo guardano e si chiedono cosa sia successo in queste ultime 12 ore. Il marziano li guarda e chiede chi sono questi qua? Quindi si apre una voraggine e prima di ricomporre questa situazione ce ne vuole.

Ci sono delle figure intermedie: in alcuni casi sono le zie, nei nostri libri sono i nonni – coincidenza interessante – ma lì c'entra un po' di autobiografia, credo, non so nel caso di Marco, ma nel mio sì. Io avevo un nonno che non aveva il manuale di istruzioni per fare il nonno, nel senso che “non ne azzeccava una” a fare il nonno preventivato, ma per me è stato una sponda interessantissima perché non avendo obblighi educativi non doveva insegnarmi niente, era mia complice, sentiva, ascoltava.


Arriva improvvia la pioggia, ma in due secondi i ragazzi di Mare di Libri riallestiscono il tutto sotto il portico e Luisa Mattia dice “hanno costruito una platea nel giro di cinque minuti, un applauso ai ragazzi volontari”. Applauso.

Lodovica Cima stavamo parlando dei nonni che sono preziosi e Luisa ci stava spiegando che la sua è una scelta autobiografica...
Luisa Mattia ho avuto un nonno senza manuale di istruzioni, ha provato una volta sola ad accompagnarmi a scuola e mi ha lasciata a metà strada: arrivato davanti a un bar mi ha domandato “tu sai come arrivare a scuola?” Gli ho risposto di sì – avevo sei anni - e lui mi ha risposto “Brava, vai”. E si è fermato a prendere un caffè. Mia madre non è stata contenta, io sì. Perché è stata la prima volta che un adulto mi dava fiducia, infatti sono andata a scuola senza problemi. Mia mamma sosteneva che a sei anni questa cosa non andava bene e mio nonno, splendente nella sua irresponsabilità, la guardò e rise “perché?” e lei è rimasta senza argomenti.

Però io ero felicissima.

Questo nonno di Fiamma non è uno che abbia sempre le risposte, ma accoglie. E soprattutto ascolta. Credo che sia importante in cui si è in questa età di transito dell'adolescenza trovare un nonno, o chi per lui, che sia capace di non dispensare consigli. È difficile per un adulto. Ma trovare un adulto che ti apre la porta di casa, perde tempo insieme a te, continua a fare le sue cose, ti fa parlare, se non vuoi parlare stai zitto, accetta con semplicità, ti fa da specchio e da sponda, sai che non ti sta giudicando e non sta trovando soluzioni al posto tuo. Credo che questa sia una gran fortuna e se non arriva la fortuna bisogna andarseli a cercare adulti così.

Mio nonno un po' non ascoltava, il resto del tempo mi lasciava parlare e io avevo questa sponda silenziosa con il quale condividere del tempo, forse perché eravamo difettosi tutti e due; lui era stato tutto il tempo fuori dalle regole e avevo spazio ed essendo inadeguati tutti e due al compito, probabilmente si è realizzata questa solida complicità.

Nel caso del libro il nonno sta più zitto di altri e, però, apre la porta.

Lodovica Cima bellissima figura davvero. Invece nel libro di Marco c'è una nonna che sta zitta anche lei e ascolta molto e c'è un'altra figura importante, la prof. di arte che si chiama la “profetessa”, perché tutti nel libro hanno un soprannome in questo libro.
Marco Erba la profetessa è la professoressa di arte di Edo. Condivido al 100% le parole di Luisa e penso che sia la cosa più difficile ma anche più giusta da fare. Quando uno diventa adolescente comincia a crescere e il papà e la mamma non sono più Dio, non sono più le certezze assolute, ma vedi i loro limiti belli grossi e tu inizi ad avere una certa personalità e a prendere una distanza. Credo che i ragazzi abbiano bisogno di figure adulte che non calino verità dall'alto ma che condividano una parte di vita con te.

La profetessa è una professoressa che c'è davvero nella scuola dove insegno, che è la vicepreside. Vi racconto un episodio che conferma quello che diceva Luisa prima.

Capita questo. Seconda liceo scientifico: bravissimo ragazzo in prima, in seconda inizia ad andare “fuori di testa”, essere indisciplinato. Un giorno entro in classe, parte una scarpa volante che mi sfiora la faccia. Io lì non ho capito. Un insegnante deve cercare di capire gli episodi di disagio di chi ha davanti (ma anche un genitore). Io lì non ho capito, ho affermato un autorità e l'ho cacciato fuori dalla classe. Lui esce e fuori c'era la vicepreside, lo chiama nel suo ufficio e gli ha detto non “cosa hai fatto?”, ma lo ha guardato in faccia e gli ha detto “cosa succede - in generale - nella tua vita?” e lui ha spiegato che la mamma era malata da tempo - non lo sapeva nessuno - e stava a letto tutto il giorno. Io mi sono chiesto più volte cosa avrei risposto a quel ragazzo in quella situazione: un abbraccio, poverino... Sapete cosa ha fatto la profetessa? Non l'ha abbracciato, non gli ha detto “poverino”, l'ha guardato negli occhi e gli ha detto “ok questa è la situazione. Tu hai due scelte: primo, continuare a fare quello che stai facendo e dare un problema in più a tua mamma; due, mettercela tutta per fare il meglio che puoi per rendere felice tua mamma. Non posso scegliere io per te, però da oggi io ci sono per te e se vuoi, visto che a casa la situazione è questa tu puoi venire a studiare nel mio ufficio tutti i pomeriggi”. Era la metà di ottobre: da quel pomeriggio fino alla fine dell'anno, lui ha studiato nell'ufficio della profetessa mentre lei scriveva le circolari. In silenzio.

Io credo che l'adulto debba stare in silenzio ma farti sentire che c'è.

Il ragazzo ha cambiato completamente atteggiamento e rendimento perché ha trovato una persona che l'ha ascoltato e non gli ha detto come fare ma gli ha fatto vedere le due strade in cui lui poteva “giocare la sua libertà” e gli ha detto “Io ci sono”.

Lodovica Cima bello. applausi



L'amore e il sesso


Lodovica Cima Nel libro di Marco ci sono tante altre cose/argomenti ma non vorrei affrontarli tutti per non svelarvi troppo. C'è un argomento che non abbiamo ancora affrontato, quello dell'amore e del sesso.

Vorrei partire da una definizione che esce dalla bocca della “Generosa”, che consiglia Chiara, per poi fare una riflessione sull'argomento. Questa ragazza che è la nuova amica velenosa di Chiara dice che “le ragazze offrono sesso per ottenere amore, i ragazzi offrono amore per ottenere sesso”.

Marco Erba questa definizione è l'opposto di che cos'è l'amore secondo me o secondo la mia esperienza. Che cosa rischia di diventare l'amore; si discute di questo nel romanzo: quando dici “ti amo” a una persona, che cosa significa?

Dire “ti amo” molti lo interpretano così. “Mi fai stare bene e voglio stare vicino a te perché mi fai star bene”. Però questa definizione non basta perché dov'è la tua libertà? Dov'è il donare qualcosa di mio a te? Se io sto con te perché mi fai star bene, una volta che trovo i tuoi limiti che non mi fanno più star bene allora ti lascio e prendo un altro che mi fa stare meglio. Io ho la fortuna di essere sposato con una donna che amo moltissimo da molti anni - certo va benissimo quando va tutto bene e andiamo d'accordo, quando c'è la passione, c'è l'intesa - ma i momenti più belli sono quelli in cui io sono giù di corda o fragile e lei c'è lo stesso anche in quei momenti lì. L'amore non è tu mi fai stare bene e sto con te, l'amore è io ti voglio bene così come sei e ti invito a dare il massimo di te per rendermi felice così come sei, anche con i tuoi limiti. Questo vale per un ragazzo e una ragazza, per un genitore e un figlio, vale per qualsiasi relazione dove c'è un amore autentico.

Quando in terza media dissi a mio papà che volevo fare il liceo classico, lui si arrabbiò tantissimo e mi disse “non lo devi fare, perdi tempo, non troverai mai lavoro, devi fare l'istituto tecnico a indirizzo informatico e poi informatica all'università, così troverai lavoro”. Quella era la sua idea. Abbiamo litigato tantissimo. Poi un giorno mi è venuto a prendere a scuola, abbiamo pranzato insieme, mi guarda mi chiede “ma tu il classico lo vuoi fare davvero?” “Sì papà, ci tengo tantissimo, mi piace un sacco”. Allora mi ha risposto “Allora lo devi fare anche se non voglio, e devi dimostrarmi che ho torto io e che hai ragione tu”.

Perché l'amore non esiste senza libertà. Tutti i casi di oggi, come il femminicidio, sono tutti amori malati che privano l'altro della libertà perché l'altro deve essere come dico io, e deve rispondere alle mie esigenze.

Quando un amore non è più dono di sé all'altro e rispetto sacro della libertà dell'altro non è più amore. Quando un amore non è disposto a perdere l'altro per la sua libertà non è più amore. Lucrezia dice esattamente l'opposto. E da lì Chiara farà un percorso e capirà che il vero amore non è trattenere ma lasciare andare.

Applauso

Lodovica Cima anche Fiamma ci mette del suo e fa delle riflessioni...
Luisa Mattia va in esplorazione. Perché anche lì siamo in un labirinto, quattordici anni, prima vacanza senza i genitori, uno si sente libero senza sapere cosa significhi e arriva anche quello che si chiama “primo amore” ma “va' a sapere se quello è il primo amore”. Credo che questa sia una condizione sia una condizione vera, sperimentata, lo chiamano “primo amore” perché è una faccia, un nome e chiami primo amore la prima volta che scopri dentro di te c'è un'altra, un'altra e un'altra e il corpo improvvisamente non è che ti parla ma fa rumore. È proprio un vortice, una tempesta, non capisci cosa caspita sta succedendo e non capisci che quello là, neanche poi non è neanche tanto male, sia interessante e scopre prima che la sua testa è il suo corpo che glielo dice.

Ragazzi è complicato andare appresso al corpo perché quello se ne va per conto suo. Quindi Fiamma fatica a capire, poi a un certo punto si chiede se ci sia nulla da capire e dov'è che va questo qua. È la prima condizione di grande superficie, lei non lo sa ancora, si mette addirittura contro la sua amica Berta, perché le è di intralcio, è la scoperta anche che nel momento in cui c'è un'emozione a cui non sai dare un nome, persino la tua amica che sembrava la tua migliore amica ti dà fastidio, sta là in mezzo, e non ci dovrebbe stare. Lei in maniera molto più istintiva che naturale segue questa spinta; non la segue neanche con il cuore ma cercando di capire dove vuole andare e vuole andare con Lorenzo. Questo è il punto. Il quale Lorenzo, nella sua semplicità, è chiaramente non adeguato alle aspettative di Fiamma, che ha tutto un suo mondo, un suo tumulto interiore, una sua psicologia già molto forte - non è Fiamma a caso - quindi Lorenzo non regge poi il confronto. Dovrà avvenire un altro passaggio con un tipo bizzarro, straordinariamente attraente non perché sia bellissimo ma perché non somiglia a nessun altro.

Lodovica Cima arrivo da un incontro precedente, su “Orgoglio e Pregiudizio”, dove la dichiarazione tra Lizzy e Darcy è una dichiarazione di disprezzo, più che di odio. Eppure è una dichiarazione d'amore. E mi è venuto in mente il collegamento: quando Fiamma incontra questo ragazzo all'inizio non c'è niente in comune.
Luisa Mattia non c'è niente in comune. Questo qua viene pure dall'istituto professionale. È pieno di difetti. Non è liceale, non è studente, è difficile da identificare perché sembra molto sicuro di sé. Sembra sicuro di se stesso, ha una fortissima identitià, che inizialmente le crea uno spiazzamento. Ma lo spiazzamento è un elemento - io credo - essenziale dell'amore. Se non c'è un momento in cui te lo chiedi e te lo chiedi ripetutamente (non a caso si parla di primo amore, perché poi ce ne è un altro ve lo comunico ufficialmente: dopo un primo amore ce ne è un secondo, tranquilli c'è un margine di azione!). In questo incontrarsi per diversità, c'è la bellezza dell'incontro vero. Ti innamori di ciò che non avevi previsto e credo che la durata, la continuità, la profondità di un amore, a 16 anni come a 60, sia proprio in questa capacità di riconoscersi diversi, di dirsi “io sto con te non perché siamo uguali ma perché siamo diversi; siamo io e te e siamo diversi”. Per Fiamma questo arriva tumultuosamente perché lei non è una tipa facile, è abbastanza ruvida, non ha sempre ragione, spesso ha torto, ci arriva dopo un po' a capire che ha torto, crea qualche problema, qualche attrito; anche questo ragazzo che è anche - come si dice a Roma “un po' morto di fame” perché non ha la macchina ma la bicicletta - non è che sia tutto sto gran ché ma poi, nonostante questo, alla fine lei arriverà a interessarsi a lui. In questo c'è un altro elemento autobiografico perché io faccio di questo ragazzo un calzolaio: mio nonno faceva il calzolaio e io ho sempre trovato seducente l'odore della pelle. C'è un capitolo in cui Fiamma entra nel negozio dove lavora questo ragazzo lei dice “bellissimo questo negozio: puzza”. Che è una dichiarazione strana, perché lei è spiazzata anche da questo, perché è strano che possa piacerle non il profumo della profumeria ma l'odore di un lavoro manuale che lui sta svolgendo e che fa parte integrante della sua identità.

Lodovica Cima abbiamo dato un'idea di come siamo entrati in queste due storie, non vogliamo rovinarvele perché c'è molto di più dentro e vediamo se avete delle curiosità. C'è qualche domanda?
...
Luisa Mattia la pioggia ha bagnato le domande...


Lodovica Cima allora ultima cosa per chiudere l'incontro. Parliamo della scrittura, dello stile.
Il libro di Luisa è a tratti poetico e molto calibrato dal punto di vista della scrittura. È estremamente essenziale e proprio perché essenziale ti tocca nel punto giusto senza sbavature, senza andare mai oltre. Raccontaci come fai per ottenere questo risultato. Luisa è un premio Andersen da molto tempo.
Luisa Mattia come faccio? Io voglio molto bene ai miei personaggi. Faccio che non faccio niente per per molto tempo. Nel senso che penso anche in maniera disordinata, perdo tempo apparentemente, non scrivo una riga. Faccio altre cose. Voi direte “stai accampando scuse...”. Se vogliamo chiamarla “pigrizia”, prima di cominciare a scrivere devo avere preso contatto diretto con i personaggi come se facessero parte della mia vita quotidiana, quindi li penso anche quando vado al mercato a fare la spesa. Loro si tirano dietro la storia. A me non succede mai il contrario.

Prima c'è il personaggio: in questo caso il personaggio di Fiamma, che non somiglia a qualcuno nello specifico ma evidentemente ha una connotazione specifica a tante ragazze della sua età, la metto nei guai, subito, (questo sì, ho conosciuto una ragazza di 14 anni di grande sicurezza sul fatto che ci doveva essere molto movimento nella sua vita per diritto acquisito - quando sei un'adolescente e stai crescendo, chi ha diritto di camminare? Io! - intorno, grazie, state fermi. Facciamo che la mia vita così come la conosco continua. Non vi venisse in mente di spostare niente.) È nata da lì la carta di identità di questo personaggio. Perché poi gli scrittori sono dispettosi e un personaggio che dice, come inizia il libro “Ecco fatto” ovvero questo è, sono a posto; al secondo capitolo già gli rovesci il vassoio: guarda che portavi le tazzine così bene, ma si è rovesciato tutto, ora vediamo che combini. Io tutta questa parte la penso.

Poi quando comincio a scrivere sono veloce, ho chiarissimo come andrà avanti la storia, quando finisce un capitolo... non me lo scrivo, lo so, non è un merito, è il mio modo di raccontare. Ci sono state storie più complicate in cui ho avuto bisogno di scrivermi delle cadenze. Sennò riempio taccuini che non rileggo. Scrivo appunti che poi perdo, penso cose che poi dimentico, ma tutto questo fa parte della fase preparatoria. Dopodiché inizio a scrivere e scrivo sempre così. Ho bisogno di una parte iniziale di meditazione senza penna in mano, in cui faccio amicizia con i miei personaggi, soprattutto con quelli negativi. Quelli pieni di difetti mi interessano tanto, mi piacciono.

Lodovica Cima invece Marco ha una scrittura molto più che fotografa quello che si ha davanti, ti fa vedere esattamente quello che ti immagini. Qual è il percorso del tuo lavoro?
Marco Erba rubo tre immagini velocissime di tre scrittori famosi: il primo è Stendal, che diceva che per raccontare una cosa di impatto devi vederla nella tua mente, se vedi una cosa nella tua fantasia con la tua creatività poi ti uscirà naturalmente; il secondo è Stephen King che dice “Show don't tell”, fai vedere non stare troppo a raccontare; il terzo è Niccolò Ammanniti che dice che scrivere un romanzo è come scavare una rotaia, tu vedi più o meno qual è il tuo percorso poi durante la strada devi, ma le tappe iniziali e finali le hai bene in mente. Io prima vedo i personaggi a lungo, come Luisa, facendo avanti e indietro da scuola, poi in modo quasi morboso faccio una scaletta che poi cambia nel corso della narrazione; essendo Fra me e te un racconto a due voci avevo ritagliato pezzetti e li avevo ricombinati; ma poi quando scrivi ed entri dentro a un personaggio, come dicono molti scrittori e l'ho sperimentato anch'io, il personaggio prende vita nelle tue mani e a volte fa cose che non ti aspettavi. Però devo sapere da dove parto e dove arrivo però devo sapere qualcosa della trama devo farlo a tavolino prima di scrivere. Il processo di scrittura la cosa più veloce.



Lodovica Cima grazie a Luisa Mattia e Marco Erba di essere stati con noi. Lasciamo spazio a un altro evento.

Forte applauso.

Grazie, incontro bellissimo, moderato in maniera perfetta da Lodovica Cima.

martedì 19 luglio 2016

Mamma anche le rondini sognano? Un libro poetico di Sandra Dema e Anna Curti, edizioni Abele


 "Mamma anche le rondini sognano?"  di Sandra Dema (link), con le illustrazioni di Anna Curti (link) edito da Edizioni Gruppo Abele nella collana "I bulbi" (link) è un libro molto poetico e al tempo stesso molto sfaccettato, che affronta tantissimi temi in modo delicato (perché parla di desideri, di diversità, della potenza del sogno). Al posto di raccontarvelo io stessa, ho sentito il desiderio di intervistare questa autrice e porle alcune domande su temi che mi avevano incuriosito o fatto riflettere.

Come sapete, mi piace trovare un file rouge nelle cose, è non so perché, ma questo libro mi ha fatto venire in mente alcuni altri albi che hanno a che fare con i sogni, racconti e con l'impossibilità di movimento: "L'albero e la bambina", di Arianna Papini (Fatatrac, qui una recensione, ma spero prima o poi di farne una io o intervistare questa meravigliosa illustratrice autrice e arteterapeuta), e "Album per i giorni di pioggia" di David Torrent (Edizioni Corsare, scoperto grazie alla mostra Ci sono anch'io organizzata da Lo Stampatello Editore di cui ho parlato qui; qui, qui alcune recensioni). Albi diversissimi tra loro ma che appunto possono fornire spunti diversi e vanno, a mio parere, nella direzione che ha intrapreso Sandra Dema nel suo libro.
 


Parto dal un pensiero postato di recente dall'autrice sulla sua pagina facebook "Senza tanti squilli di tromba né palmi di mano che applaudono, nei primi sei mesi di vita (giugno-dicembre 2015) abbiamo sfiorato le 1000 copie vendute".
Mi viene quindi da dire che sono molto felice di sapere che il libro sta avendo successo. Come si sente all'idea di questo traguardo che non è solo legato al numero di copie vendute ma all'interesse reale per il libro e per il tema che affronta?
Sandra Dema: Consapevole del fatto che si tratta di un libro particolare, un libro da accogliere tra le mani e nel cuore, la prima reazione nell'apprendere i risultati delle vendite è stata di stupore.
Poi, passata l'euforia iniziale, ho piantato i piedi per terra e ho detto a gran voce:” Ecco la dimostrazione tangibile che le persone vogliono e acquistano anche testi così... andiamo avanti!”


Come è nato e perché? Da una sua ricerca/esigenza personale o per altri motivi?
Sandra Dema: Questo, come molti altri miei libri, è nato da un pensiero rivolto a qualcuno o a qualcosa che mi interroga, con il desiderio di parlarne in modo non consueto, leggero ma profondo, poetico.
Credo che ai bambini (e agli adulti) si debba trasmettere la bellezza, lo stupore, la capacità di meravigliarsi, di sognare, di affrontare le difficoltà, di diventare RESILIENTI (
di resilienza ne ha parlato anche Marie-Aude Murail a Mare di Libri qui) e UORI ne è un esempio.

Le rondini sono il simbolo della primavera, della stagione nuova che segue al lungo periodo di buio.
Messaggere della vita che ricomincia esortano a rimettersi all'opera, come un segno di resurrezione, di cambiamento.
 

Uori le vede volare in cielo, sente l'arrivo della primavera con i suoi colori e profumi. Poi, rapita da quel volo, si distrae e perde il palloncino.
 
Entra nel suo sogno, nel suo volo.

Al risveglio, la bambina si sente rinnovata, una nuova forza-speranza fa muovere le sue membra verso un orizzonte inaspettato.

La domanda: "Mamma, anche le rondini sognano?” non fa che rimarcare il legame tra la piccola e quegli uccellini, tra il loro volo e il suo sogno, avvenuto proprio nella stagione della vita nuova.

Se lei, dopo il sogno, ha percepito un cambiamento, allora le rondini- messaggere di vita rinnovata- non possono non sognare!!!


Come è stato sviluppato il libro insieme all'illustratrice? E' un prodotto nato a quattro mani o quali sono stati gli andamenti?

Sandra Dema: Ho proposto il testo alla casa editrice. Dopo aver ricevuto la manifestazione di interesse, mi sono attivata per trovare la persona adatta ad illustrarlo. Un'attenta ricerca mi ha condotta a Anna Curti e le ho sottoposto la storia, in accordo con l'editore.

Il suo è stato un SI immediato. Nei mesi successivi ci siamo incontrate più volte per un confronto vis à vis, affinché entrambe fossimo parte del progetto che piano piano prendeva forma.

Anna, illustratrice di lunga esperienza e sensibilità, ha espresso, accompagnato e completato in modo sublime le mie parole. 


Che parte importante hanno i sogni nei bambini e qual è il modo migliore di alimentarli? Che importanza possono avere per chi ha un qualsiasi problema e in particolare nei bambini?

Sandra Dema: Il sogno è un”attività” utile, ricarica, supera i limiti, ammorbidisce la durezza del mondo, rendendolo meno aggressivo, permette di entrare in contatto con le parti più nascoste del proprio inconscio.

Durante il sogno il cervello crea immagini nuove che vanno oltre la realtà, parlano di una passione che può essere coltivata, diventano una spinta propulsiva carica di energia. Seguirne le tracce impegna la fantasia in un progetto di cambiamento.

Per questo è importante trovare le strade per alimentarlo, non cancellare il tempo del sogno sostituendolo con strumenti che solo apparentemente possono riempirlo, proporre buone letture che aiutano a “involarsi”...
All'inizio della storia, appena ripensa il sogno Uori (sarebbe interessante capire il significato di questo nome così strano che immagino sia una scelta precisa) piange. È un momento di consapevolezza - anche perché i suoi fratelli corrono sulla spiaggia - prima di lasciarsi trascinare dai sogni o cosa?

Il nome della piccola protagonista nasce da un pensiero, dal seme che ha dato vita alla storia. Ricordo che in quel periodo stavo meditando sui CUORI, metaforicamente parlando possono essere grandi, aridi, piccoli, invisibili, spavaldi... una miriade di cuori che si incontrano ogni giorno. È stato un gioco togliere la C e lasciare UORI, come simbolo della moltitudine di cuori che batte in ognuno di noi.

UORI piange, nel mio immaginario, solo perché ha perso il palloncino distratta dal volo delle rondini.


Non appena entra nel suo mondo fantastico Uori subisce una trasformazione, perché le sue perle si intrufolano nella bocca e sente il sapore del mare. ..

Sandra Dema: Il palloncino di UORI che vola via rappresenta la prima perdita, il distacco da qualcosa di concreto e vicino.

La figura del signore dal cuore grande appeso alla giacca a righe, reale o immaginaria, si inserisce nella scena in punta di piedi, come un fuori onda. Con un gesto semplice porge alla bambina un altro palloncino a forma di cuore, (metafora del dono incondizionato). Stringendo il filo tra le dita per non farlo scappare, UORI sente che qualcosa sta cambiando, si sente leggera e capace di muoversi, si invola in quella bolla del sogno accompagnata dal tutum tutum del cuore.


Un palloncino rosso come un grande cuore la porta a viaggiare con la fantasia e lei osserva le cose con occhio critico - quelle grigie che fanno parte del mondo - poi riparte felice in una completa immersione nella natura, meravigliandosi del mondo che scopre quasi per la prima volta.

Dall'alto riesce a vedere e sentire i battiti, a distinguerne il ritmo a seconda dell'ambiente in cui si immerge, a fare sue nuove esperienze che la aiutano a crescere e a operare un cambiamento.


Come nel libro di David Torrent, solo alla fine si vede che la bambina non può camminare: questo momento nel suo libro è preparato dal guscio in cui si rifugia la bambina, come un bozzolo, un involucro che da un lato la protegge anche. È una chiusa che è certamente scelta e però spiega. Spiega la diversità. Forse è l'unico modo per farla vedere o poteva esserci un'alternativa? È stata una scelta condivisa con l'illustratrice?

Sandra Dema: Quando scrivo una storia, vedo le immagini di ciò che sto raccontando, sento i rumori, percepisco i silenzi e le pause, entro nei personaggi e vivo con loro.

In questo caso, fin da subito, la carrozzina è stata quella conchiglia e ho chiesto ad Anna di tenere fede a quell'immagine. Entrambe abbiamo concordato che avremmo svelato il piccolo segreto di UORI solo alla fine, nelle ultime due pagine, per stupire, spiazzare il lettore. Un modo per raccontare in modo diverso la diversità.


Come è stato accolto il suo libro e da chi è stato particolarmente richiesto? Ci sono domande dei bambini che si è portata dentro e che mi vuole raccontare o disegni che le hanno inviato o hanno fatto durante magari qualche incontro?

Sandra Dema: Non ho dati precisi in merito a chi abbia acquistato il libro, ma so con certezza che è presente anche presso le biblioteche di alcuni ospedali o specializzate su certe tematiche, è stato diffuso da associazioni e gruppi che diffondono la lettura dei libri accessibili, da insegnanti per la lettura in classe...

Ricordo in particolare due frasi che mi hanno colpito.

Un bambino mi ha detto:”Sandra, hai fatto bene a non raccontarci che Uori è su una carrozzina, così non ci siamo concentrati sul suo problema, ma abbiamo viaggiato con lei nel sogno, senza limiti. Solo alla fine abbiamo capito dall'immagine cosa intendevi dire con la conchiglia con le ruote “.

Un altro bambino, apparentemente distratto durante la lettura, alla fine mi ha detto:”Mi è piaciuto questo libro, dico alla mamma di comprarmelo”.


Che impatto ha avuto il suo libro sui bambini che non possono camminare? Ha qualche riscontro?

Sandra Dema: Sinceramente devo dire che questo libro è stato letto/raccontato da me e, in alcuni casi insieme ad Anna, nelle classi, nelle biblioteche, in eventi organizzati ma non ricordo particolari reazioni da parte dei bambini. Si lasciavano trasportare nel mondo di Uori con leggerezza, esprimevano il desiderio di poter fare la sua stessa esperienza, parlavano dei loro sogni...

Ho visto che ha fatto anche interventi sull'uso del libro con i bambini con disabilità. Quale pensa possa essere il suo contributo a livello di formazione e consapevolezza negli adulti.
Sandra Dema:  Ho avuto l'opportunità di partecipare ad alcuni momenti di presentazione e formazione per adulti (perlopiù insegnanti) collaborando con associazioni che si occupano di disabilità (AREA.TO, qui il link al libro, Fondazione Carlo Molo link...).

Il confronto a più voci, anche con chi non vive da vicino o sulla propria pelle quella situazione, è una crescita personale importante e spero di aver potuto dare il mio piccolo contributo con parole e immagini lievi.

Grazie di cuore a Sandra Dema per le sue preziose risposte. Spero che questa intervista vi abbia fatto venire delle domande e soprattutto la voglia di scoprire questo libro in cui si entra piano piano e che ha bisogno di un suo tempo per essere amato e apprezzato e gustato. Dimenticavo, il libro è accompagnato da un'arricchente postfazione di Angela Articoni, esperta di letteratura per l'infanzia dell'Università di Foggia. Ps qui trovate una intervista molto carina fatta da alcuni ragazzi di 5° della scuola primaria.